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Racconto di un'esperienza in manicomio


Racconti della psicologa Camilla Persico

La paura e le grida.
Urlavo per il terrore di essere violentata, per dire che non avevo colpa se ero stata rinchiusa in quell’inferno solo perché ero rimasta orfana, per dire che ero un essere umano.
Ricordo che quando al mattino mi svegliavo non riuscivo a rendermi conto di essere ancora viva, soprattutto non sapevo se sarei riuscita ad arrivare a sera senza che nessuno mi facesse del male così, per puro divertimento, usandomi come una posta per delle scommesse.
L’unico compagno che avevo era lo spettro della morte : non mi abbandonava mai un attimo, sentivo la sua puzza, la sua presenza gelida che mi accarezzava il corpo, facendomi tremare da cima a fondo.

Oggi, cosa ti rimane dentro di tutto quel dolore?


Sono passati molti anni da quando sono stata scaraventata negli inferi del dolore, della sofferenza, quando il mio corpo e la mia mente sono stati distrutti, lacerati, violentati.
Anni in cui sono diventata una persona che chiede amore, rispetto: ho imparato a farmi accettare per ciò che sono. Anni in cui la malattia e il dolore mi hanno fatto morire e rinascere; anni in cui ho scoperto di avere una forza, un’energiache non conoscevo. Anni in cui attraverso il dolore ho imparato che per essere felici occorre non buttare via la propria vita a cercare l’impossibile, ma nel godere di ciò che si ha, poiché domani può esserci tolto.
L’esperienza in manicomio mi ha insegnato anche che i malati non devono essere ghettizzati come appestati: hanno bisogno di essere curati, accuditi ma soprattutto di continuare a sperare per il loro futuro.

Estratto della storia di Chamed, nel romanzo "Mi si è fermato il cuore"



Il racconto narra di un'esperienza drammatica vissuta da una persona rinchiusa in un manicomio, un luogo di terrore, isolamento e abusi.

La protagonista descrive con vividi dettagli la paura e le grida che permeavano quel luogo, mentre urlava per il terrore di essere violentata e per ribadire la propria umanità, nonostante il suo triste destino di orfana.

Le parole evocative dipingono un quadro di sofferenza e disperazione, dove ogni giorno la protagonista si svegliava senza sapere se sarebbe sopravvissuta fino alla sera, temendo gli abusi e le violenze subite per il puro divertimento degli aguzzini. La presenza costante della morte è descritta come uno spettro che la circonda, facendola tremare e sentire la propria fragilità.


Tuttavia, nonostante le profonde ferite fisiche e psicologiche inflitte da quell'esperienza, la protagonista racconta anche della sua resilienza e della sua capacità di trovare speranza e forza interiore anche nei momenti più bui. Nel corso degli anni, ha imparato a chiedere amore e rispetto per sé stessa, trasformando il dolore in una fonte di crescita e consapevolezza.

Attraverso il dolore e la malattia, ha scoperto una forza interiore che non conosceva di possedere, rinascendo dalle proprie ceneri.

L'esperienza vissuta nel manicomio l'ha portata a riflettere sulla importanza di apprezzare ciò che si ha nella vita e di non perdere la speranza per il futuro.


Infine, la protagonista conclude il racconto con un importante messaggio di compassione e solidarietà verso i malati mentali, sottolineando che essi non devono essere emarginati o ghettizzati, ma piuttosto curati, accuditi e incoraggiati a sperare in un futuro migliore.


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