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Come imparare a convivere con ciò che non ci piace

18 mar
Tempo di lettura: 9 min

Nella vita non tutto può essere scelto, modificato o eliminato.

Possiamo trovarci a fare i conti con una famiglia che non ci ha dato ciò di cui avevamo bisogno, un ambiente di lavoro frustrante, una relazione diventata insoddisfacente, una malattia cronica, una città nella quale non ci sentiamo a casa o una condizione economica che limita le nostre possibilità.

A volte il problema è temporaneo; altre volte, invece, entra stabilmente nella nostra quotidianità.

Di fronte a ciò che non ci piace, la domanda più immediata è spesso:

Come faccio a liberarmene?

Ma non sempre possiamo farlo subito. In alcuni casi non esiste una via d’uscita immediata, in altri l’uscita è possibile, ma richiede tempo, risorse e preparazione, in altri ancora potremmo essere noi a non sentirci pronti ad affrontare le conseguenze del cambiamento.


Imparare a convivere con una realtà sgradevole non significa necessariamente arrendersi, può significare smettere di spendere tutte le proprie energie nel rifiuto di ciò che, almeno nel presente, esiste, significa riconoscere il vincolo, comprenderne gli effetti e decidere consapevolmente come muoversi al suo interno, mantenendo aperta, quando possibile, la prospettiva di un cambiamento.


Imparare a convivere con ciò che non ci piace

Le reazioni automatiche davanti a ciò che ci fa stare male

Quando una situazione ci provoca disagio, raramente reagiamo dopo averla analizzata in modo lucido, più spesso mettiamo in atto una risposta automatica, costruita nel corso della nostra storia personale.


C’è chi tende a negare il problema, minimizzandolo o convincendosi che prima o poi si risolverà da solo. C’è chi si lamenta continuamente, riconoscendo ciò che non funziona ma senza riuscire a tradurre il malessere in una decisione. Altri interrompono rapidamente relazioni, lavori o progetti, perché allontanarsi rappresenta il modo più immediato per ridurre la sofferenza. Altri ancora rimangono, sopportano e si adattano anche quando la situazione diventa profondamente dannosa.


Nessuna di queste reazioni è sempre giusta o sempre sbagliata.

Il problema nasce quando una stessa strategia viene applicata indistintamente a ogni situazione.

Fuggire può essere necessario quando un contesto è pericoloso o gravemente lesivo, ma può diventare disfunzionale se porta ad abbandonare qualsiasi esperienza non appena compaiono fatica, conflitto o frustrazione. Allo stesso modo, saper tollerare le difficoltà è una risorsa importante, ma può trasformarsi in una prigione quando induce a rimanere indefinitamente in situazioni che compromettono la dignità, la salute o l’equilibrio psicologico.

La maturità non consiste, quindi, nello scegliere una volta per tutte se essere persone che resistono o persone che se ne vanno, consiste nell’imparare a distinguere le situazioni e a scegliere una risposta proporzionata alla realtà.


Negare il problema: quando non vedere sembra proteggere

La negazione può avere una funzione temporaneamente protettiva. Quando un evento è troppo doloroso o difficile da elaborare, la mente può aver bisogno di avvicinarsi gradualmente alla realtà.

In questo senso, non vedere immediatamente tutto ciò che sta accadendo può evitare di esserne sopraffatti.

Il problema nasce quando la negazione diventa permanente. Si continua a dire che “non è poi così grave” “tutti vivono queste cose” “prima o poi cambierà”... mentre il malessere aumenta. Il costo psicologico consiste nella distanza crescente tra ciò che si vive e ciò che ci si permette di riconoscere.

Negare non elimina il problema, al contrario, impedisce di raccogliere le informazioni necessarie per affrontarlo. Finché non nominiamo una situazione per ciò che è, non possiamo capire se sia modificabile, tollerabile oppure incompatibile con il nostro benessere.


La lamentela: vedere senza trasformare

Lamentarsi è umano. Raccontare ciò che ci fa stare male permette di scaricare la tensione, cercare comprensione e dare un ordine all’esperienza, tuttavia, quando la lamentela diventa l’unica risposta possibile, rischia di mantenere la persona immobile.

La mente torna continuamente sul problema, ne descrive le ingiustizie, individua le responsabilità esterne e immagina come le cose avrebbero dovuto essere.

Tutto questo può offrire un sollievo momentaneo, ma non produce necessariamente un cambiamento.

Il punto non è smettere di parlare del proprio dolore. È chiedersi quale funzione stia avendo quel racconto. Ci sta aiutando a comprendere meglio la situazione? Ci permette di chiedere aiuto? Sta preparando una decisione? Oppure stiamo ripetendo lo stesso discorso senza ricavarne nuove informazioni?

Una lamentela può diventare utile quando viene trasformata in una domanda concreta: “Che cosa, esattamente, non riesco più a tollerare?” “Quale parte della situazione dipende da me?” “Quale limite potrei introdurre?” “Di quali risorse avrei bisogno per cambiare?”


La fuga: uscire prima di comprendere

Allontanarsi da una situazione può essere una scelta sana e, in alcuni casi, indispensabile. Esistono relazioni, ambienti familiari e contesti lavorativi dai quali è necessario proteggersi.

La fuga è diversa da un’uscita consapevole: nella fuga l’obiettivo principale è far cessare rapidamente il disagio. Non c’è tempo per comprendere cosa sia successo, quali dinamiche siano state attivate e quale parte di quell’esperienza rischiamo di portare con noi.

Quando si lascia una situazione senza elaborarla, si può provare inizialmente un forte sollievo. Successivamente, però, gli stessi problemi possono ripresentarsi in forme diverse. Non perché tutte le persone o tutti gli ambienti siano uguali, ma perché continuiamo a entrare nelle nuove situazioni con le stesse paure, aspettative e modalità relazionali.

Uscire può essere la decisione corretta, ma comprendere da che cosa stiamo uscendo e perché ci aiuta a non ricostruire altrove una situazione simile.


La sopportazione passiva: quando resistere diventa un’identità

La capacità di sopportare frustrazioni e difficoltà è una competenza psicologica fondamentale. Nessuna relazione, professione o fase della vita può essere completamente priva di disagio. La tolleranza ci permette di non reagire impulsivamente e di attraversare periodi complessi senza distruggere ciò che, nel suo insieme, conserva valore.

Ma sopportare può diventare una risposta automatica. La persona rimane, si adatta, riduce le proprie esigenze e impara a occupare sempre meno spazio. Con il tempo può convincersi di essere forte perché riesce a resistere a tutto, senza domandarsi quanto le stia costando quella resistenza.

In questi casi la sopportazione non è più una strategia temporanea, ma diventa una definizione di sé: “Io sono quello che tiene duro” “Sono quello che non crea problemi” “Posso farcela da solo”, “Devo essere comprensivo”.

A quel punto, immaginare di cambiare non significa soltanto modificare una situazione esterna. Significa mettere in discussione un’identità costruita attorno al sacrificio.

Per questo alcune persone rimangono in condizioni insoddisfacenti anche quando, almeno concretamente, potrebbero allontanarsene: non sanno più chi sarebbero se smettessero di sopportare.


Agire sulla situazione

Quando esiste un margine di intervento reale, è possibile agire direttamente sul problema. Si può cercare un nuovo lavoro, cambiare abitazione, ridefinire un rapporto, chiedere una diversa organizzazione delle responsabilità, interrompere una relazione o stabilire confini più chiari.

Prima di agire, però, è utile distinguere ciò che è difficile da ciò che è impossibile. A volte diciamo di non avere alternative quando, in realtà, le alternative esistono ma hanno un costo: economico, emotivo, relazionale o identitario.

Riconoscere quel costo permette di compiere una scelta più onesta.


Può darsi che una persona decida di non cambiare lavoro perché, in quel momento, ha bisogno di stabilità economica. Questa non è necessariamente passività: può essere una decisione consapevole, purché venga riconosciuta come tale e accompagnata dalla costruzione graduale di nuove possibilità.


Agire sulla situazione, inoltre, non significa pretendere di controllarla interamente. Significa individuare la leva sulla quale abbiamo davvero potere. Non possiamo cambiare il carattere di un genitore, ma possiamo modificare la frequenza dei contatti e gli argomenti che accettiamo di affrontare. Non possiamo obbligare un partner a cambiare, ma possiamo esprimere con chiarezza i nostri bisogni, osservare la sua risposta e decidere quali conseguenze trarne.


Agire su di sé senza colpevolizzarsi

Quando non è possibile modificare immediatamente la realtà, possiamo lavorare sul modo in cui la affrontiamo. Questo non significa convincerci che il problema non esista né attribuirci la colpa della sofferenza.

Agire su di sé può voler dire imparare a regolare le emozioni, ridurre le reazioni impulsive, riconoscere i pensieri che amplificano il disagio, chiedere aiuto, sviluppare nuove competenze o costruire una rete di sostegno. Può significare anche comprendere perché una determinata situazione ci colpisca in modo così intenso.

Esistono disagi che riguardano oggettivamente ciò che sta accadendo ed esistono sofferenze amplificate dalla nostra storia. Una critica ricevuta sul lavoro può essere sgradevole per chiunque, ma diventare intollerabile per una persona cresciuta sentendosi costantemente inadeguata.

Conoscere questa vulnerabilità non rende corretta qualsiasi critica, ma restituisce alla persona uno spazio di intervento.

L’obiettivo non è diventare insensibili. È aumentare la propria libertà di risposta, evitando che ogni evento spiacevole determini automaticamente il nostro comportamento.


La convivenza attiva: riconoscere il vincolo senza consegnargli tutta la vita

Tra la fuga e la rassegnazione esiste una terza possibilità: la convivenza attiva la quale consiste nel riconoscere che una situazione, almeno per il momento, fa parte della realtà e nel cercare di vivere nel modo più dignitoso possibile al suo interno.

La convivenza attiva richiede tre passaggi.

  1. Il primo è accettare il fatto, non necessariamente il giudizio sul fatto. Accettare che un genitore abbia determinati limiti non significa considerarli giusti. Accettare una malattia non significa esserne contenti. Accettare che una relazione sia cambiata non significa approvare ciò che l’altro ha fatto. Vuol dire smettere di discutere mentalmente con l’esistenza stessa di ciò che è già accaduto.

  2. Il secondo passaggio consiste nell’ottimizzare ciò che rimane sotto il nostro controllo. Anche nei contesti più vincolanti esistono spesso piccoli margini di scelta: come utilizzare il proprio tempo, quali relazioni coltivare, quali limiti introdurre, dove investire energie e quali aspettative ridimensionare.

  3. Il terzo consiste nel mantenere aperta una via d’uscita. Accettare il presente non significa promettere di rimanervi per sempre. Possiamo adattarci a una situazione mentre prepariamo il cambiamento, accumuliamo risorse, chiediamo supporto o attendiamo condizioni più favorevoli.


Tollerare non significa autorizzare ogni comportamento

Il concetto di tolleranza viene talvolta usato in modo pericoloso. Non tutto deve essere sopportato e non ogni esperienza negativa contiene una lezione che giustifichi il rimanervi.

Violenza, umiliazione, controllo, ricatto, abuso, grave svalutazione e minacce non rappresentano semplici disagi da imparare a gestire. In questi casi la priorità non è aumentare la tolleranza, ma proteggersi e cercare un aiuto adeguato.

La tolleranza psicologica riguarda la capacità di sostenere emozioni spiacevoli senza agire impulsivamente. Non impone di accettare comportamenti lesivi da parte degli altri. Possiamo tollerare la paura necessaria per mettere un limite, la tristezza legata a una separazione o l’incertezza di un cambiamento. Non dobbiamo tollerare indefinitamente ciò che ci danneggia.


Il valore informativo delle esperienze spiacevoli

Ciò che ci fa stare bene conferma spesso il nostro modo di vedere il mondo. Le esperienze spiacevoli, invece, mettono in evidenza i punti nei quali le nostre aspettative, i nostri bisogni o le nostre strategie non coincidono con la realtà.


Un ambiente di lavoro disorganizzato può insegnarci quanto siano importanti, per noi, la chiarezza dei ruoli e la comunicazione. Una relazione insoddisfacente può mostrarci quali bisogni abbiamo trascurato o quali segnali abbiamo ignorato. Un genitore emotivamente indisponibile può aiutarci a riconoscere ciò che ci è mancato e ciò che non vogliamo riprodurre nei rapporti futuri.


Questo non significa idealizzare la sofferenza né sostenere che tutto accada per insegnarci qualcosa. Alcune esperienze sono semplicemente ingiuste, dolorose o evitabili. Tuttavia,

una volta accadute, possiamo decidere se lasciare che producano soltanto dolore oppure provare a estrarne informazioni utili.

La domanda non è: “Perché doveva succedere proprio a me?”, ma anche: “Che cosa mi sta mostrando questa esperienza rispetto ai miei bisogni, ai miei limiti e alle mie scelte?”.


Il tempo come criterio decisivo

Una difficoltà può essere tollerabile per un periodo e diventare distruttiva se protratta indefinitamente, per questo ogni decisione di restare dovrebbe includere una dimensione temporale.


Possiamo decidere di rimanere in un lavoro insoddisfacente per sei mesi mentre cerchiamo un’alternativa. Possiamo attraversare una fase critica della relazione stabilendo un periodo nel quale osservare se entrambi stanno realmente contribuendo al cambiamento. Possiamo accettare una situazione familiare complessa ridefinendo progressivamente la distanza necessaria.

Quando manca qualsiasi scadenza, la strategia rischia di trasformarsi in immobilità.
Il provvisorio diventa permanente e la persona si abitua a organizzare la propria identità attorno al problema.
Non è più qualcuno che sta attraversando una situazione difficile, ma qualcuno che si percepisce inevitabilmente destinato a viverla.

Darsi un tempo non significa minacciare sé stessi o gli altri con un ultimatum rigido. Significa prevedere un momento di verifica: “Tra tre mesi valuterò che cosa è cambiato”, “Osserverò se alle promesse seguono comportamenti concreti”, “Se la situazione resterà invariata, prenderò in considerazione un’altra scelta”.

Una scadenza restituisce movimento e impedisce alla sopportazione di diventare una condizione senza fine.

Le domande che aiutano a scegliere

Quando ci troviamo dentro una realtà che non ci piace, può essere utile fermarci e chiederci:

  • Che cosa sto realmente vivendo, al di là delle giustificazioni che mi sono dato?

  • Questa situazione è spiacevole, dannosa oppure pericolosa?

  • Quale parte può essere modificata e quale, al momento, devo riconoscere come un vincolo?

  • Sto rimanendo perché lo scelgo o perché temo le conseguenze del cambiamento?

  • Quale prezzo sto pagando per restare?

  • Quale prezzo pagherei per andarmene?

  • La mia reazione abituale è negare, lamentarmi, fuggire o sopportare?

  • Sto raccogliendo informazioni utili oppure sto soltanto accumulando sofferenza?

  • Quali risorse mi servirebbero per aumentare le mie possibilità?

  • Entro quando voglio verificare nuovamente questa situazione?

Non sempre le risposte conducono subito a una decisione. Possono però interrompere l’automatismo e restituirci una posizione più consapevole.


Accettare la realtà per tornare a scegliere

Vivere bene non significa costruire un’esistenza priva di fastidi, limiti e delusioni. Un obiettivo simile ci renderebbe progressivamente più fragili, perché restringerebbe il numero di ambienti e di esperienze nei quali riusciamo a stare. Allo stesso tempo, vivere bene non significa adattarsi a tutto. La capacità di tollerare deve procedere insieme alla capacità di riconoscere i propri limiti, proteggersi e cambiare direzione.

La libertà psicologica non coincide con la possibilità di eliminare ogni vincolo. Consiste nel non reagire sempre nello stesso modo, nel saper distinguere ciò che va attraversato da ciò che deve essere trasformato e ciò da cui è necessario allontanarsi.

Accettare la realtà significa guardarla con sufficiente chiarezza da poter scegliere: a volte sceglieremo di restare, ma in modo diverso, a volte prepareremo gradualmente un’uscita, a volte comprenderemo che il problema non può essere eliminato, ma può smettere di occupare ogni spazio della nostra vita.

Il punto non è imparare a sopportare qualsiasi cosa, bensì evitare che ciò che non ci piace diventi l’unico centro della nostra identità, dei nostri pensieri e delle nostre giornate.

Possiamo riconoscere un limite senza appartenergli, attraversare una difficoltà senza trasformarla nella nostra definizione e accettare il presente senza rinunciare alla possibilità di costruire qualcosa di diverso.

© Coryright 2024 Camilla Persico | Psicologa Clinica, Neuropsicologa, Sessuologa, Pedagogista a Carrara e Reggio Emilia | P.IVA: 01440390456 

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